FISIOTERAPISTA A TRECENTA

La Parola di Vita di questo mese recita così: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti”. Sono fisioterapista e lavoro all’ospedale di Trecenta in provincia di Rovigo. Durante gli ultimi 15 giorni mi son trovato a vivere la riconversione totale di tale struttura sanitaria in ospedale interamente dedicato ai Covid19. Questo ha comportato uno sforzo organizzativo che non ha precedenti come in tante altre zone del Nord d’Italia.

FIOSIOTERAPISTA IN GERIATRIA

Già prima il coronavirus aveva stravolto le normali attività dei vari reparti con tutte le procedure di distanziamento fisico. Soprattutto nei reparti di geriatria, medicina o lungodegenza nei quali esiste una forte presenza di anziani fragili non è stato più possibile far entrare persone, come famigliari e badanti, che erano di supporto alle attività di assistenza fisica, ma soprattutto di supporto psicologico e portatrici di quel calore umano indispensabile a persone in stato di malattia. La solitudine è diventata uno dei problemi principali che si ripercuote molto spesso anche sull’andamento della malattia stessa.

A contatto con questi pazienti la Parola di vita mi ha aiutato a dedicare del tempo non solo per la riattivazione fisica ma anche per il supporto morale e psicologico. Lacrime asciugate, messaggi recapitati, lamenti accolti e poi parole buone, battute scherzose, affetto e tenerezza. Sempre la domanda: io al loro posto cosa vorrei?

DA OSPEDALE A CENTRO COVID19

Durante gli ultimi 15 giorni mi son trovato a vivere la riconversione totale di tale struttura sanitaria in ospedale interamente dedicato ai Covid19. Questo ha comportato uno sforzo organizzativo che non ha precedenti come in tante altre zone del Nord d’Italia.Da tempo il coronavirus aveva stravolto le normali attività dei vari reparti con tutte le procedure di distanziamento fisico Soprattutto nei reparti di geriatria, medicina o lungodegenza nei quali esiste una forte presenza di anziani fragili. Non era più possibile far entrare famigliari e badanti, che erano di supporto alle attività di assistenza fisica. Soprattutto mancava il supporto psicologico e quel calore umano indispensabile a persone malate. La solitudine è diventata uno dei problemi principali che si ripercuote molto spesso anche sull’andamento della malattia stessa.

LAVORO ESTENUANTE

Dopo l’arrivo dei primi malati di coronavirus mi accorgo che le persone da sostenere di più sono gli operatori sanitari stremati dopo le lunghe giornate di lavoro estenuante.

La mia coordinatrice alla fine di una di queste giornate mi  chiede di accompagnarla al pronto soccorso per risolvere ulteriori pratiche burocratiche. Persona dal carattere un po’ duro, abituata allo scontro per portare avanti le sue idee, diretta nei rapporti. Vado con lei. Oramai è arrivata l’ora di fine turno di lavoro e le chiedo se posso andare, anche perché lì io non potevo fare niente. Capisco che preferisce stare in compagnia. Cosa avrei voluto al suo posto? decido di rimanere. Mi dice scherzosamente che mi avrebbe addirittura firmato gli straordinari per il tempo oltre l’orario di servizio.  L’ascolto fino in fondo senza pensare a niente. Lei si  sfoga; il suo viso è solcato da alcune lacrime. Ci confrontiamo sui nostri caratteri, sui difetti che si possono avere e sulla solitudine che facilmente si sperimenta in questo periodo difficile. Il tutto  fra barelle che giravano e ambulanze in arrivo.
Il nostro rapporto è cresciuto.  Magari nei prossimi giorni potranno esserci tensioni, problemi o incomprensioni. Non importa. In quel momento abbiamo dialogato e sperimentato un rapporto nuovo.

VOLONTARI PER LE EMERGENZE

Due giorni fa arriva la richiesta di alcuni fisioterapisti dedicati espressamente ai malati di coronavirus a Trecenta. Chiedono volontari. Non è una situazione facile e neanche ambita da nessuno di noi.
Penso alla PdV. “Se io fossi al posto di quei malati cosa vorrei?” Dopo essermi consultato con la famiglia mi offro volontario.

Non so cosa mi aspetterà, ma sicuramente non andrò in quei reparti solo per fare un lavoro ma per far sentire meno sole persone in totale isolamento.

L.Z.