KENYA, L’ESPERIENZA DI FRATERNITA’ DI MAURIZIO

«In Kenya per diffondere la cultura dell’unità e della fraternità»

L’esperienza del veronese Maurizio Passarini col movimento dei Focolari

Maurizio Passarini, originario di Bovolone, della parrocchia di Borgo Bonavicina, membro del movimento dei Focolari, dal 1987 vive in una delle comunità di laici consacrati.

Ora è partito per una nuova missione in Kenya e lo abbiamo intervistato.
– Passarini, quando è scattata in lei la scintilla verso il movimento dei Focolari?

«Dopo un incontro con i giovani del movimento, a 20 anni, ho scoperto che vivere il Vangelo determina una vera e propria rivoluzione nella propria vita, una rivoluzione capace di cambiare se stessi e il mondo attorno: per questo mi sono impegnato con coraggio, determinazione e gioia a vivere le esigenze del Vangelo. Maturando pian piano la consapevolezza che la forza e la perseveranza derivano dalla presenza di Gesù, da Lui stesso promessa: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Ho avvertito anche che il carisma che è alla radice di questa spiritualità aveva qualcosa da dare e da dire anche a me, facendomi intravedere orizzonti di impegno e di vita impensati. Soprattutto l’anelito alla fraternità, a vivere una cultura dell’unità, che mi ha spinto a fare esperienze di ogni tipo.

Dopo alcuni anni di approfondimento e maturazione, a 27 anni la decisione di lasciare la ditta di cui ero titolare, la famiglia che tanto amavo e tante altre cose belle, per un impegno radicale di vita e di donazione a Dio e agli altri. È iniziata un’avventura che non avrei mai immaginato, ricca di tante esperienze e del centuplo che in questi anni non è mai mancato».

– Tra tutti i luoghi dove è stato in questi anni, quale esperienza ha vissuto con maggiore intensità?
«L’esperienza vissuta in Pakistan dal 2004 al 2012 è stata senz’altro di particolare intensità.

Erano gli anni successivi al drammatico “11 settembre” (del 2001, con il crollo delle Torri Gemelle a New York in seguito ad attentati terroristici, ndr) in un Paese per varie ragioni spesso al centro dell’attenzione dei media internazionali.

Ho cercato di inserirmi a poco a poco al servizio della piccola comunità cristiana in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Alcune scuole che, prima della nazionalizzazione avvenuta negli anni ’70 del secolo scorso, appartenevano alla Chiesa cattolica, tra il 1999 e il 2000 sono state restituite alle Chiesa.

Una di queste, nel territorio della diocesi di Rawalpindi/ Islamabad, la Dalwal Mission High School, si trova in una zona remota e abitata solo da musulmani. Il vescovo del luogo, dopo vari tentativi con alcune congregazioni, ha chiesto al movimento dei Focolari di far ripartire e ridare vita a questa scuola che, soprattutto nel ricordo degli anziani del posto, aveva in passato svolto un servizio di alta qualità educativa (alcuni ex studenti hanno potuto ricoprire anche ruoli molto importanti nel Paese) e dopo la nazionalizzazione ha visto un progressivo e inesorabile decadimento, fino al punto che i locali diroccati e in cattivo stato ospitavano anche le pecore.

Era una scelta difficile da prendere, tuttavia sin dall’inizio è parso evidente che questa era una possibilità concreta di condividere la sfida quotidiana al dialogo che la Chiesa locale è chiamata a vivere e sulla quale si gioca la possibilità di esistere e di attuare una serena convivenza con la maggioranza musulmana».

– Quindi come è proceduta questa iniziativa?
«Dal 2001 si è iniziato a fare lezioni sotto un albero, non avendo in quel momento né classi né servizi adeguati, mancavano la corrente elettrica e l’acqua. Ma l’entusiasmo dei primi ha dato impulso a iniziative impensate, ampliando il progetto della scuola con spazi per un centro di formazione e di esperienza al dialogo, aperto a tutti.

All’inizio ho seguito i progetti delle costruzioni e ristrutturazioni e la gestione degli operai. In seguito ho insegnato Storia e aiutato nell’amministrazione della scuola, cercando di mantenere un costante collegamento con il board della diocesi a cui fa riferimento anche la nostra scuola.

Non di rado mi è capitato di avere colloqui personali con genitori o familiari dei ragazzi; queste occasioni mi hanno offerto
la possibilità di poter amare ancor di più questa gente. Una mezza giornata alla settimana ho dato il mio contributo per la formazione e l’insegnamento ai seminaristi presso il seminario minore di Rawalpindi.

In sintesi, questi anni per certi versi piuttosto impegnativi mi hanno permesso di fare conquiste umane, culturali e spirituali impensate e mi hanno arricchito in umanità e allargato il cuore».

– E oggi quali attività la aspettano?

«Sono da poco partito per il Kenya per una nuova missione; ora abito vicino Nairobi presso il Mariapolis Centre. Compito principale ora è lavorare e far parte di un team che segue la formazione permanente e il discernimento vocazionale dei giovani, come pure altre vocazioni, sia qui in Kenya sia in altri Paesi dell’Africa dell’Est.

A questo si aggiunge la partecipazione e il coinvolgimento in alcuni progetti sociali e di promozione umana. Sono all’inizio e consapevole che non bastano titoli di studio e competenze particolari per una missione di questo tipo. Si fa ben poco se non si è disposti a uscire dai propri schemi ed entrare in un rapporto di reciprocità culturale, accogliendo e cercando di conoscere l’altro, il suo mondo, la storia e le tradizioni, pronti a condividere i vari aspetti della vita.

Eppure quando alcuni mesi fa mi è stato proposto di venire qui, ho avvertito una certa attrattiva, legata forse a brevi esperienze vissute in passato in alcuni Paesi limitrofi (in Tanzania a 20 anni, o in Burundi e Rwanda qualche anno fa) o forse per un’esigenza di costruire ponti di fraternità con il continente africano. Non ho più l’età di un giovane, e tuttavia l’entusiasmo che avverto in cuore per questa nuova avventura mi sprona a fare tutta la mia parte».

– Cosa la spinge a tutto questo?

«Ciò che in particolare mi spinge è la responsabilità di trasmettere e diffondere una cultura dell’unità e della fraternità vissuta, rispettosa delle diversità e aperta alle novità che l’incontro con l’altro sempre suscita.
Una cultura che attinge al mistero di Dio che è Amore per tutti, e richiede rispetto, ascolto, flessibilità e audacia. Sono ben consapevole che tale opera va ben oltre le mie forze.
Con la grazia di Dio, l’aiuto dei fratelli, la vicinanza del Vescovo e della Chiesa di Verona sono certo che anch’io, come molti altri amici e amiche veronesi stanno facendo in altre parti del mondo, posso dare il mio contributo concreto alla costruzione della famiglia umana in queste terre d’Africa».
L’intervista completa si può vedere sul sito www.cmdverona.it

Paolo Annechini

Verona Fedele 25 febbraio 2018