DISARMARE L’ECONOMIA PER LA CONVERSIONE ECOLOGICA INTEGRALE
“Disarmare l’economia per la conversione ecologica integrale” è stato il tema al centro di un lungo e partecipato dibattito ospitato a Verona, sulla scia dell’Arena di Pace, nella casa dei Missionari Comboniani presso la Fondazione Nigrizia.
Oltre ottanta partecipanti, provenienti da diverse organizzazioni della società civile del Veneto, si sono confrontati su uno scenario globale sempre più preoccupante, in cui la pace appare subordinata a un riarmo continuo e la sicurezza — soprattutto per i Paesi del Nord globale — viene ridotta alla garanzia dell’approvvigionamento di risorse.
Il giornalista Carlo Cefaloni, del Movimento dei Focolari e di Economia Disarmata, ha richiamato una citazione quanto mai attuale di Giorgio La Pira, secondo cui ci troviamo “sul crinale apocalittico della storia”.
Padre Dario Bossi, comboniano con una lunga esperienza in Brasile, ha presentato il paradigma della sicurezza come protezione integrale del territorio, a partire dal protagonismo delle comunità che lo abitano e che lo curano.
Gli interventi della professoressa Claudia Marcolungo e dell’epidemiologo Paolo Ricci hanno evidenziato il rovescio della medaglia del modello di sviluppo veneto: una diffusa percezione di benessere che scarica però sui territori e sulle comunità un pesante costo ambientale e sanitario. Al centro dell’analisi, i PFAS — sostanze chimiche persistenti e altamente dannose — i cui effetti sulla salute restano ancora difficili da quantificare a causa dei lunghi tempi di latenza, ma che potrebbero rivelarsi persino più gravi rispetto a quelli dell’amianto, responsabile di decine di migliaia di morti negli ultimi decenni. Originati dalla ricerca militare, i PFAS sono oggi impiegati in numerosi settori produttivi, dall’industria bellica alla meccanica, dall’abbigliamento alla cosmetica, fino al packaging alimentare.
Nel suo intervento video, l’europarlamentare Cristina Guarda ha sottolineato l’urgenza di puntare sulla prevenzione, evitando di limitarsi a interventi riparativi spesso inefficaci. Ha inoltre ribadito la necessità di accelerare la riconversione verso produzioni “zero PFAS” e di promuovere una normativa europea più rigorosa.
L’economista Roberto Romano ha invitato i presenti a riflettere sui meccanismi concreti delle transizioni produttive, evidenziando come la sfida principale della riconversione risieda nel coordinamento tra politiche economiche e struttura industriale. Una comparazione tra industria bellica ed economia verde ha mostrato come quest’ultima, oltre a essere più sostenibile sul piano etico, presenti una filiera più articolata, capace di generare maggiore interdipendenza e un impatto più significativo su PIL e occupazione.
Il sindacalista Maurizio Ferron ha posto l’accento sui processi di mobilitazione sociale necessari per accompagnare la trasformazione economica e politica, denunciando al contempo la crescente diffusione di una narrativa militarizzata. Ha inoltre evidenziato l’importanza di un’informazione critica e del legame tra diritti del lavoro, tutela dei territori e costruzione della pace.
L’incontro si configura come un punto di partenza per una riflessione che sta emergendo anche in altre aree del Paese, dal Lazio — con le esperienze di Colleferro e della Valle del Sacco — alla Sardegna, in particolare nel Sulcis Iglesiente. Al centro, la necessità di ridefinire il concetto di sicurezza, orientandolo alla protezione integrale dei territori e delle comunità, e di promuovere una riconversione della spesa militare verso forme di difesa civile, non armata e nonviolenta, come propone anche una recente iniziativa legislativa popolare.
I partecipanti si sono impegnati a tradurre le proposte emerse in un’agenda operativa capace di coinvolgere ricerca, istituzioni, imprese e comunicazione, con l’obiettivo di ampliare la partecipazione e rafforzare la difesa dei territori. “Quello che rimarrà sarà l’amore con cui li abbiamo abitati”, ha ricordato in chiusura Giovanna, una delle madri No-PFAS presenti all’incontro.

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