La Costituzione, le armi e una legge sotto attacco
È arrivato alla fase decisiva il progetto che mira a svuotare di efficacia la legge 185/90. Un nuovo appello della Campagna “Basta favori ai mercanti di armi”. Pubblicato il nuovo rapporto ZeroArmi che ricostruisce il legame tra banche italiane e industria bellica. Il caso eclatante della Rwm nel Sulcis Iglesiente e il lavoro della Scuola di pace e nonviolenza di Verona
di Carlo Cefaloni – Fonte: Città Nuova
Esiste un mistero grandlla politica italiana. Nel Parlamento c’è una vasta maggioranza, che va oltre i numeri dei partiti di governo, in grado di votare una riforma della legge 185 del 1990 destinata a svuotarla di efficacia. Eppure la discussione non arriva ancora in aula per il voto finale.
Di cosa parliamo? Si tratta della normativa introdotta grazie ad una vasta mobilitazione della società civile degli anni 80 per porre dei limiti ragionevoli alla produzione e commercio di armi pesanti. Prima di allora l’intera filiera era coperta dal segreto di Stato, anche se poi i dipendenti sapevano che l’opera delle loro mani era destinata a regimi sanguinari e negatori dei diritti umani. Per tale motivo un certo numero di lavoratori e lavoratrici decisero di fare obiezione di coscienza alla produzione bellica in mancanza di regole coerenti con la Costituzione italiana. Così come sta avvenendo oggi con i dipendenti della Leonardo di Grottaglie in Puglia, che hanno dichiarato la loro indisponibilità a produrre componenti di arma destinati in Israele nel pieno della tragedia in atto a Gaza.
Quella legge è stata considerata fin da subito dal gruppo di aziende della Difesa come un ostacolo alla competitività internazionale tra imprese alla continua ricerca di commesse, come si può vedere nell’affollata presenza al World Defense show che si è tenuto dall’8 al 12 febbraio 2026 in Arabia Saudita. Paese costantemente collocato ai primi posti tra i maggiori importatori di armi su scala mondiale e considerato strategico per le nostre imprese, secondo un rapporto promosso nel 2018 dal Centro Studi Machiavelli; e sostenuto dall’allora presidente della Aiad, (Federazione delle aziende della difesa e dello spazio) Guido Crosetto, poi nominato ministro della Difesa nel governo Meloni. Obiettivo raggiunto nel 2025 con la stipula di una serie di accordi strategici con l’Arabia Saudita , tra cui un’intesa da circa 10 miliardi di dollari, incentrati su transizione energetica, idrogeno verde, difesa, e infrastrutture.
I soldi dell’Arabia Saudita si rivelano necessari per il progetto del nuovo cacciabombardiere di sesta generazione, che vede impegnata l’Italia assieme a Regno Unito e Giappone. Esiste un progetto simile e concorrente da parte di Francia e Germania, che sembra vacillare.
La questione delle armi è sempre centrale nei rapporti tra gli Stati come si è reso evidente con la richiesta avanzata, ma rimasta senza risposta, da numerosi ex diplomatici, primo firmatario l’ambasciatore Pasquale Ferrara, di «sospendere ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele».
Così anche la strage in corso in Sudan, il caso più eclatante di guerra dimenticata, fa emergere, come denunciano i padri comboniani, il coinvolgimento diretto nella fornitura di armi di Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, verso i quali l’Italia e l’Unione Europea dovrebbero intervenire. Tale tassello viene di solito omesso le poche volte in cui la questione Sudan emerge dall’oblio per l’urgenza dell’aiuto umanitario ad una popolazione martoriata.
Già nel maggio 2023 il decreto cosiddetto Made in Italy aveva rimosso lo stop all’esportazione di missili e bombe verso Riad da parte della multinazionale tedesca Rheinmetall, che in Italia controlla la società Rwm con stabilimento produttivo in Sardegna. Quel divieto era stato imposto in forza della legge 185 del 1990 richiamata in una mozione votata a maggioranza nel Parlamento italiano e fatta propria dal governo Conte. La rimozione dello stop è stata giustificata con “l’attenuarsi del rischio” di uso di missili e bombe sulla popolazione civile dello Yemen.
Nel Sulcis Iglesiente, dove si trova la fabbrica della Rwm, esiste una rete di associazioni che è riuscita a fermare l’espansione dell’insediamento produttivo di armi per fondati motivi ambientali. Con tanto di costosi ricorsi amministrativi. Ma dietro pressione della Rwm la questione, a causa della mancanza di presa in carico da parte della giunta regionale sarda, è arrivata infine sul tavolo del governo nazionale; che ha dato, tramite il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il via libera all’ampliamento della fabbrica. Una decisione salutata con entusiasmo dal ministro dell’industria e del Made in Italy Adolfo Urso come un «segnale concreto di attenzione verso il rilancio economico del Sulcis, area di rilevanza strategica che richiede politiche industriali solide e durature».
«Per noi – hanno risposto i portavoce del comitato riconversione Rwm Cinzia Guaita e Arnaldo Scarpa– l’ampliamento è l’ennesimo macroscopico errore di un governo nazionale che, anziché lavorare per la pace e il bene di tutti, appare asservito all’economia bellica».
Lo stesso comitato riconversione, in questi anni, ha anche promosso una rete di realtà produttive federate dalla scelta di non collaborare in alcun modo con l’economia di guerra, e riconoscibili perciò dal marchio Warfree registrato a livello internazionale.
Il nodo centrale riguarda perciò la politica industriale che in Italia soffre di mancanza di strategie adeguate; tanto che sul tavolo del ministero di Urso giacciono un centinaio di dossier di crisi che non possono trovare il loro toccasana con la produzione bellica.
Secondo una celebre lezione del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, «la produzione di equipaggiamenti bellici non contribuisce ad aumentare il potenziale di crescita di un Paese. Lo sviluppo deriva dagli investimenti produttivi, non dalle armi. La crescita economica, la prosperità e la pace sono invece strettamente connesse».
Come fa notare Andrea Roventini, professore ordinario di economia politica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, puntare sul comparto delle armi è espressione di «una politica molto miope dato che in Italia più del 50% della spesa militare se ne va in importazioni stimolando l’economia di Paesi come Usa o Israele. Investire nell’industria bellica non risolve i nostri problemi. Bisognerebbe, invece, investire nella decarbonizzazione dell’economia stimolando le filiere collegate alle energie rinnovabili e alla transizione verde, dove tra l’altro le imprese italiane sono già ben posizionate».
Ma ovviamente, se la strategia seguita è quella di intercettare il flusso di crescita della spesa bellica promossa per le singole nazioni da Rearm Eu, appare necessario rimuovere l’ostacolo della legge 185 del 1990 che potrebbe invece costituire il principio cardine di un dibattito sulla costruzione della Difesa europea assieme al Trattato internazionale sul commercio di armi (ATT) che è stato ratificato dall’Italia.
Per tale motivo una vasta rete di associazioni e movimenti, assieme a Rete italiana pace e disarmo, ha rilanciato in questi giorni la campagna di pressione “Basta Favori ai mercanti di armi”, con l’intenzione di risvegliare l’opinione pubblica sull’importanza di difendere una normativa così importante per la coerenza che esprime con la Costituzione repubblicana.
La riforma intesa allo svuotamento di tale normativa intende anche rimuovere la possibilità di rendere trasparenti i nomi delle banche coinvolte nel finanziamento delle imprese di armi. Un accesso pubblico ad un dato importante per chi promuove l’adesione alla campagna rivolta a promuovere le banche disarmate.
Per poter esercitare la capacità di scelta democratica occorre conoscere. E la legge 185 del 1990 permette ad esempio alla Fondazione Finanza etica di redigere lo studio appena pubblicato ZeroArmi 2025 che analizza il rapporto tra banche e industria militare.
È importante “conoscere per decidere”, anche per chi è convinto ad esempio che occorre rafforzare gli istituti di credito che sostengono lo sforzo bellico necessario per essere pronti alla guerra imminente
Resta il mistero che ha finora impedito di rimuovere l’efficacia della legge 185 del 90 proprio mentre, come è stato detto in sede di Aiad, esiste una congiuntura favorevole a tale passo decisivo nella politica di riarmo.
Esiste una forza resiliente della società civile contraria a tale logica? Con quali concrete proposte di una politica industriale alternativa? Di questo si parlerà dal 27 febbraio al primo marzo nella tre giorni promossa a Verona dalla Scuola di pace e nonviolenza nata dopo la grande manifestazione di Arena di pace del 2024. La scuola è una realtà originale perché vede, con l’egida della diocesi della città scaligera, il concorso della Fondazione Giuseppe Toniolo, espressione del mondo delle imprese legate alla Dottrina sociale cristiana, con lo storico Movimento nonviolento fondato da Aldo Capitini.

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